
Dal cantautorato al Rap di periferia
Dal cantautorato al Rap di periferia perchè prima del rap, c’erano i grandi cantautori come Giorgio Gaber, Enzo Jannacci, Luigi Tenco, Umberto Bindi, Gino Paoli, Fabrizio De André, Francesco Guccini, Lucio Dalla, Francesco De Gregori, Franco Battiato, Paolo Conte. Voci che hanno dato una voce certa e forte alla società in cui vivevano.
Ma quella forma di canzone che ci fa sentire compresi come cittadini prima che come esseri umani esiste ancora? Tra le nuove generazioni di rapper cosa sta accadendo?
I grandi cantautori italiani: Jannacci e Milano
Ho visto un re
Sa l’ha vist cus’e’?
Ha visto un re!
Ah beh, sì beh
Un re che piangeva seduto sulla sella
Piangeva tante lacrime
Ma tante che
Bagnava anche il cavallo
Povero re
E povero anche il cavallo
Sì beh, ah beh, sì beh, ah beh
Ho visto un re, Enzo Jannacci
Sempre di quegli anni è la forte ironia e le metafore del milanese Enzo Jannacci: il cantautore che ha raccontato la Milano delle puttane, dei barboni, di coloro che non erano inclusi nella “Milano Bene”. Jannacci è stato il cantautore sempre escluso, colui che non aveva mai un suo posto sentendosi sempre vicino agli esclusi e alla gente di periferia.
Le voci degli esclusi si avvicinano e si mischiano segnando collaborazioni storiche come quella di Jannacci con Gaber prima e Dario Fo, artefice di una rivisitazione satirica del teatro di rivista.
Jannacci e questa scuola di cantautori saranno sempre la voce dei perdenti, poveri disgraziati fregati dalla vita, i perennemente vinti. Ma con l’arrivo del ’65 qualcosa cambia e il cantautorato finisce un po’ dietro alle quinte: la faida storica tra canzone d’autore e mercato si materializza sul palcoscenico di Sanremo quando, nel ’67, Luigi Tenco si suicida dopo l’esclusione della sua Ciao amore ciao. Nel’ 68 però iniziano i violenti scontri per i diritti sociali, che porteranno nelle piazze masse di giovani pieni di fuoco per vincere battaglie e conquiste.
Ecco il ritorno dei cantautori che danno voce alle emozioni, al sesso, all’esclusione e alla rabbia sociale che porterà alle grandi conquiste sociali degli anni ’70.
Gli anni ’70: la lotta sociale
E mentre il grano ti stava a sentire
La guerra di Piero, Fabrizio de Andrè
Dentro alle mani stringevi il fucile
Dentro alla bocca stringevi parole
Troppo gelate per sciogliersi al sole
Gli anni ’70 sono gli anni della grande illusione della musica italiana: Mogol e Battisti dominano le classifiche e sono gli anni anche della musica estremista che spazza via gli schemi e li ricrea. Sono gli anni dei grandi rivoluzionari come Ho Chi Minh e Che Guevara; gli anni della guerra in Vietnam e gli scontri in piazza. Sono gli anni in cui i giovani rivendicano il loro ruolo nella società e ricordano i grandi orrori a cui hanno dovuto assistere.
I grandi cantautori italiani ci hanno lasciato versi pieni di politica e di storia, basti pensare a La guerra di Piero di Fabrizio de Andrè in cui si ricordano le atrocità di chi è tornato dai campi di concentramento, la disperazione e il dolore che le guerre portano a tutti noi.
Sono anche gli anni dei Matia Bazar, della maglietta fina di Baglioni…sono gli anni di Rino Gaetano e della sua Gianna e di Pierre dei Pooh che racconta l’omosessualità.
Il finire degli anni ’70 regala pagine nere della nostra storia: il sequestro Aldo Moro, le BR, la mafia… Insomma la lotta sociale lascia spazio alle sparatorie e al rumore delle bombe e l’Italia avrà bisogno di leggerezza.
Gli anni ’80: leggerezza e Bologna
Sai, la gente è sola
Almeno tu nell’universo, Mia Martini
E come può lei si consola
Ma non far sì che la mia mente
Si perda in congetture, in paure
Inutilmente e poi per niente
Gli anni ’80 segnano il ritorno di due leggende della musica Gianni Morandi e Tozzi: si riaffermano con spensieratezza nelle classifiche. Sono gli anni di Gianna Nannini, de Una vita spericolata di Vasco Rossi, Donatella Rettore portatrice del filone pop punk, Ruggeri… ma sono anche gli anni di Eros Ramazzotti e della sua Terra Promessa. MA anche gli ultimi anni di Mia Martini e di Almeno tu nell’universo. Sono gli anni di Anna Oxa, Barbarossa e di Bologna: la città ci regala cantanti come Lucio Dalla e de Gregori, Carboni, Antonacci (bolognese d’adozione, e Bersani.
“La scuola bolognese” è l’unica che, insieme agli amori strazianti, la voglia di amare, porta avanti anche un filone sociale che porterò in qualche modo alla prima forma di rap italiano: Jovanotti e il suo primo album.
Gli anni ’90: tra donne e Cecchetto
Nel mondo che solitudini ci dà
Come saprei, Giorgia
Perché non resti un po’ con me?Come saprei amarti io
Nessuno saprebbe mai
Come saprei riuscirci io
Ancora non lo sai
Gli anni ’90 sono gli anni dell’arrivo delle grandi interpreti italiane: Laura Pausini, Giorgia, Ivana Spagna, Tosca, Irene Grandi. Sono le donne a dominare e a raccontare i sentimenti. Voci forti che possono competere anche all’estero e che spazzano via l’idea dell’amore idealizzato in cui è la donna a perdersi.
Gli anni ’90 sono anche gli anni degli 883 e di Jovanotti, scuola Cecchetto, che iniziano a ribaltare le sonorità. Sono il polo “che si scontra” con i nuovi cantautori della metà degli anni novanta: Massimo Di Cataldo, Alex Britti, Carmen Consoli, Vinicio Capossela, Samuele Bersani e Daniele Silvestri.
Sono gli anni di Ligabue, Negrita, Bluvertigo, Tiromancino, di Faletti a Sanremo e la nascita della prima scena rap italiana!
Dal cantautorato al rap di periferia
Sono intorno a noi, in mezzo a noi
Quelli che benpensano, Frankie hi-ngr
In molti casi siamo noi a far promesse
Senza mantenerle mai se non per calcolo
Il fine è solo l’utile, il mezzo ogni possibile
La posta in gioco è massima, l’imperativo è vincere
Gli anni ’90 segnano il ritorno ai temi sociali nella musica italiana in particolare in quella che è la prima generazione di rapper. La scena si apre con Batti il tuo tempo dei romani Onda Rossa Posse e poi con Frankie hi-nrg mc, gli Articolo 31, i Sottotono, i 99 Posse, gli Almamegretta, Neffa con Aspettando il sole e Er Piotta, così come di una scena ska e reggae con Bisca, Sud Sound System, 24 Grana, Pitura Freska e Africa Unite.
Arriviamo così ai primi anni 2000 e all’arrivo della crew Sacre Scuole: il rap diventa più autocelebrativo, si parte dalla periferia ma si racconta il senso di esclusione dal centro di Milano, tornano le storie degli esclusi proprio come nelle canzoni di Jannacci degli anni ’60. Milano è il terreno fertile in cui questo filone si avvia e a cui si affianca il rap in dialetto.
Sono anche questi gli anni che vedono i Sottotono a Sanremo: per la prima volta il rap arriva in prima serata in televisione. Mondo Marcio e Fabri Fibra segnano il ritorno del rap al grande pubblico e l’approdo in radio.
In questo arrivo al grande pubblico si perde la natura del rap: autocelebrazione, donne, vita spericolata, grandi marchi e “I’m the king”. Nulla che ricordi la periferia, nulla che rimandi a quel primo momenti di narrazione della vita che ci circonda, almeno fino al 2015.
Sfera, la trap, la drill, gli esordienti: dal cantautorato al rap di periferia
Vengo da un posto dove duri un attimo
Vogliamo ostriche ma siamo all’astrico
Yam3allen, Nuflex
Bisogna aspettare qualche anno per riscoprire le storie di periferie nella musica rap italiana e vedere il passaggio dal cantautorato al rap di periferia. Sicuramente un grande aiuto arriva dall’avvento delle prime forme di social network. Sfera Ebbasta segna e si consacra “padre” della rap italiana: crea un vero e proprio movimento da nord a sud, collaborazioni e racconti molto diretti di quella che è la vita dei ragazzi di seconda generazioni nelle periferie. Cambia la posizione geografica, non cambiano le paure, gli errori e la voglia di rivalsa.
Anche qui però si nota che negli anni questo filone si perde: se il rap è il nuovo cantautorato italiano è evidente che il percorso è lo stesso. Sono le nuove leve a raccontare quello che li circonda. Nuove leve come Nuflex che arriva dalla periferia milanese e che rilascia per Concreed Club Yam3allen.
Nelle due barre riportate all’inizio di questo paragrafo si riassume la vita di periferia: il volere qualcosa e correre per prenderselo. Se i cantautori raccontavano e raccontano ancora gli esclusi, i dimenticati il nuovo rap racconta il bisogno di farcela, togliersi dalle case popolari, crearsi un futuro e dimostrare che gli esclusi, come i bruti pirandelliani, si possono prendere la scena. L’evoluzione della scrittura va di pari passo con i cambiamenti di vita: qualcosa si perde, qualcosa si tiene stretto ma vorrei davvero vedere in questa nuova generazione di rapper il tenersi stretto da dove si viene e non il bisogno di ostentazione o il racconto da gangstar rapper con la carta di credito di papà. Così come spero che a Sanremo si veda presto una storia così e non il rap d’amore che tanto si da la mano col pop.
Ecco io spero vivamente che dal cantautorato al rap di periferia si conservi lo sguardo sugli esclusi, anche dall’alto, anche da pari, anche come soli e semplici ricordi perchè raccontare il diverso, le difficoltà di integrazione, gli abusi, gli odori, il dolore è l’unico modo per portarle all’attenzione di tutti e in qualche modo formare una generazione migliore della nostra.